di William Bowles

“Un altro giorno, altre atrocità in Monrovia, capitale insanguinata della Liberia” è il titolo dell’Indipendent del 26/07/03. Con la prevedibile richiesta di intervento rivolta alla “superpotenza mondiale” dai commentatori liberali.
Tutta la storia di come la Liberia si ritrovi adesso in queste condizioni, e in particolare il ruolo svolto dagli Stati Uniti, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale nel creare l’attuale situazione, è stata cancellata dalle nostre coscienze dalla corporazione dei media.

Il caos attuale è presentato o come un fenomeno “tipico” di un paese africano, o come un qualcosa che necessita di assistenza “umanitaria” da parte dell’Occidente. Il problema che la situazione attuale sia il risultato di interventi e manipolazioni di paesi stranieri raramente viene affrontato dai mass media. In un articolo di Fergal Keane, sempre sull’Indipendent, ciò che di più evidente si può ricavare è la sua speranza che il paese possa essere ricolonizzato, ed infatti si legge: “Solo trasformando il paese in un protettorato internazionale, come la Bosnia, possiamo salvare la Liberia”.

Non c’è molta probablità che questo accada, visto la non significatività strategica o economica del paese, che dall’inizio degli anni 80 è stato praticamente distrutto come risultato in primis della politica americana.

La questione che l’economia e la politica dell’Occidente siano alla radice del dilemma Liberiano non viene quasi mai affrontata. Invece, Keane e gli altri della sua classe si ritirano in un mondo “apolitico”, principalmente determinato da qualche forma di vaga posizione “moralistica” dove l’Occidente, non avendo più interessi nella regione, ha miglior cose da fare.

L’interesse americano nel ‘salvare’ il paese si evince meglio da questo commento del Senatore Repubblicano del Texas, John Cornyn, che si è detto non convinto della necessità di inviare truppe: “Penso che sia prematuro, e credo che tali azioni andrebbero messe in atto quando vi sia la necessità di proteggere gli interessi vitali degli Stati Uniti”.

Interessi vitali? Quante volte ho sentito dire questa frase? Ogni volta che Stati Uniti e Gran Bretagna tirano fuori il loro desiderio di apportare libertà e democrazia nel mondo.

Una nazione fondata da schiavi liberi?

La maggior parte dei commenti sulla stampa ‘liberale’ che richiedono un itervento in Liberia sono basati sul falso assunto che la Liberia fu “fondata da schiavi americani liberati” (vedi Washington Post, 01/07/03).

E basano questa falsa affermazione su dichiarazioni di abitanti della Liberia. Ma naturalmente la gente disperata ricorre a misure disperate. Invece una breve analisi della storia della Liberia rivela il ruolo reazionario e razzista degli USA nella sua creazione e gli interessi economici e politici avuti dagli americani dalla fondazione del paese nel 1822 ad oggi come causa dell’attuale disastro.

“Le dottrine della Società [di colonizzazione americana]…..dovrebbero essere giudicate da ogni uomo di colore negli Stati Uniti, come un male di capitale importanza, ..che mirano all’intera estinzione della popolazione libera di colore e al ritorno alla Schiavitù”.

Così si espresse la Convenzione di Philadelphia per la Gente Libera di Colore nel 1832 riguardo le attività della Società Americana di Colonizzazione, un’organizzazione formata principalmente da ricchi proprietari di schiavi del Sud (Thomas Jefferson ne era membro) che crearono il paese che noi oggi conosciamo come Liberia.

“Rimpatrio”: una parola che l’Occidente conosce bene.

Nel 1822, la società fondò, sulla costa occidentale dell’Africa, una colonia che nel 1847 divenne la nazione “indipendente” della Liberia.

Il ‘rimpatrio’ che venne proposto era il metodo migliore per impedire l’emancipazione degli Afro-Americani negli USA e così evitare l’integrazione e il riconoscimento agli Afro-Americani di pari dignità di cittadinanza.

Ma l’idea di “rimpatriare” parecchi milioni di Afro-Americani, molti dei quali già discendenti di seconda o terza generazione, era a tutti gli effetti non realistico.

Dal 1867 la società era riuscita a ‘rimpatriare’ non più di 13.000 emigranti.

Nei primi giorni di vita, amministratori bianchi della Società do Clonizzazione gestivano la colonia.

I Liberiani di lingua inglese, discendenti degli schiavi americani, ammontano a solo il 5% della popolazione, ma hanno storicamente avuto il controllo della classe intellettuale e di governo.

La popolazione indigena della Liberia è primariamente composta da Mande, Kwa, e Mel.

La costituzione della Liberia nega ai Liberiani indigeni gli stessi diritti che hanno gli immigrati americani e i loro discendenti, e sotto la costituzione made-USA del 1847 non avevano nemmeno il diritto di voto (fino al 1951).

“Supportati dalla marina militare americana, i neocolonizzatori si stabilirono sulla costa e occuparono le terre migliori. Per lungo tempo, si rifiutarono di mescolarsi con gli “uomini della giungla”, che essi consideravano ‘selvaggi’. Perfino oggi solo il 15% della popolazione parla Inglese e pratica il Cristianesimo.

Nel 1841, il Governo americano approvò una costituzione per il territorio Africano. Essa fu scritta da Accademici di Harvard che chiamarono il paese ‘Liberia’. Washington nominò anche il primo Governatore Africano, Joseph J Roberts.
Nel Luglio 1847, il Congresso della Liberia, costituito solo dai ‘rimpatriati’, proclamò l’indipendenza.
Roberts venne nominato Presidente, la costituzione Harvard-made venne mantenuta e fu scelta una bandiera rassomigliante quella americana.
L’emblema sulla giubba militare Liberiana recita:”L’amore per la libertà ci ha condotti qui”.

In ogni caso l’indipendenza portò poca libertà per la popolazione originaria. Per lungo tempo, solo i proprietari terrieri potevano votare. <p<oggi, i=”” 45.000=”” discendenti=”” dei=”” primi=”” schiavi=”” americani=”” formano=”” il=”” nucleo=”” della=”” classe=”” dirigente=”” locale=”” e=”” sono=”” strettamente=”” legati=”” al=”” capitale=”” transnazionale.<p=””> La Firestone e la Goodrich controllano una delle principali esportazioni, il caucciù, sotto una concessione del 1926 garantita per 99 anni.</p<oggi,>

Lo stesso è valido per il petrolio, il ferro e i diamanti.

La resistenza che si andava formando contro questa situazione è stata soppressa in parecchie occasioni da interventi dei marines americani per ‘difendere la democrazia’”.

http://gbgm-umc.org/country_profiles/country_history.cfm?Id=70

Sembra abbastanza per la finzione che la Liberia è stata fondata da ‘schiavi americani liberati’. <p< <b=””>Da Tubman a Taylor</p<>

La storia della Liberia degli ultimi cinquant’anni non è sostanzialmente diversa da quella dei primi cento. Con l’economia totalmente sotto controllo del capitale Statunitense, la Liberia è stata governata da oligarchie di vario genere. Oligarchie che sono state solo troppo volenterose di accondiscendere agli schemi tracciati dagli USA durante la Guerra Fredda e naturalmente di mantenere un sistema che portava alla continua esplorazione delle risorse del paese da parte di corporazioni americane.

Dittatori, quali William V.S. Tubman e successivamente William R. Tolbert, Jr. del True Whig Party (entrambi sostenuti dagli Stati Uniti) soppressero tutte le opposizioni politiche.

Ma sotto Tolbert il paese iniziò a rafforzare i legami con l’Unione Sovietica. <pDopo aver giustiziato Tolbert, Doe sospese la costituzione e mirò a consolidare il proprio potere. </p

Doe, istruito dai Berretti Verdi Americani, firmò (non sorprendentemente) un accordo con il Fondo Monetario Internazionale, che riguardava i tagli nella spesa pubblica e la privatizzazione di imprese statali.
Il risultato?
Caduta delle esportazioni, aumento della disoccupazione, riduzione dei salari sia nel settore pubblico che privato, incremento del debito con l’estero, portarono il paese verso la bancarotta.

Dal 1987, in pratica tutti i finanziamenti al Governo liberiano provenivano dagli USA, un fatto correlato ai vasti interessi del Nord America in Liberia che comprendevano 450 milioni di dollari in investimenti diretti, basi militari, una locale stazione radio ‘la voce dell’America’, e un centro di comunicazioni per tutte le missioni diplomatiche americane in Africa (compreso le stazioni di ascolto della CIA e dell’NSA).

Gli anni di Reagan.

Dal 1981, sotto il governo Reagan, la Liberia divenne un centro per azioni segrete contro la Libia, il Ciad e l’Angola.

Doe iniziò con il chiudere la missione libica a Monrovia, così come Reagan aveva fatto a Washington e ordinò la riduzione del numero del personale addetto all’ambasciata Sovietica.

Doe garantì inoltre diritti d’impiego, dietro preavviso di 24 ore, del mare e degli aeroporti della Liberia per le forze di pronto intervento americane.

Nel 1982 la CIA, sotto la direzione di William J. Casey, iniziò una vasta azione segreta contro la Libia con la Liberia al centro delle operazioni. Successivamente prese piede un’altra azione di appoggio al leader del Ciad, Hissene Habre, che aveva con successo estromesso il suo rivale, Goukouni Oueddei, appoggiato dalla Libia.

L’appoggio di Reagan al dittatore Samuel Doe continuò per tutti gli anni 80.

Nel 1984, Doe cambiò le leggi elettorali per permettere la sua elezione, chiuse giornali, bandì i partiti di opposizione, e venne eletto in quella che è conosciuta come l’elezione farsa.

Ma questo non fermò l’appoggio americano.

“Queste azioni, quantunque imperfette, rappresentano un inizio” disse il sottosegretario di stato, Chester Crocker, al Congresso, due mesi dopo.

Dopo i risultati elettorali, il Parlamento americano approvò risoluzioni nonvincolanti che chiedevano la fine dell’assistenza americana, ma l’amministrazione di Reagan continuò a fornire aiuti a Doe.

Il regime di Doe giocò anche un ruolo significativo nel rifornimento di armi all’UNITA dopo che era stato abrogato l’Emendamento Clark del 1985, che proibiva assistenza segreta alla guerra che il governo Apartheid di Jonas Savimbi conduceva contro l’MPLA in Angola.

Questo era il periodo della “guerra di bassa intensità” sperimentato prima in Nicaragua contro i Sandinisti.

Le attività della CIA in Liberia aumentavano. “Noi eravano intenzionati ad usare ogni mezzo contro Tripoli e la Liberia aveva un ruolo importante” ha riferito un funzionario della CIA con esperienza in Africa Occidentale.

Ma dal 1989, sembrò che il tempo di Doe venisse alla fine, e una forza di ribelli, l’NPFL, guidata da Charles Taylor, marciava sulla capitale, Monrovia. Gli USA erano riluttanti a lasciare andare le cose, infatti, dopo tutto, milioni di dollari erano stati investiti nella dittatura di Doe e nel creare una base anti-Gheddafi, anti MPLA nell’Africa Occidentale. E in ogni caso, Taylor raprresentava un evento sconosciuto.

Le cose cadono a pezzi

Dal Luglio 1990, la situazione si andava deteriorando rapidamente con la comparsa di un altro pretendente al trono, il “principe” Johnson il cui Fronte Indipendente Patriottico (INPFL), una fazione dell’NPFL, catturò e giustiziò Doe a Settembre.

L’esitazione statunitense contribuì direttamente al disordine e al caos nel paese. Gli Stati Uniti mandarono navi per evacuare i cittadini americani e, contemporaneamente, negoziarono un cessate-il-fuoco con Taylor (che successivamente gli USA si rimangiarono); ma, come nell’attuale situazione, preferirono chiaramente sacrificare vite africane invece delle proprie per la causa della “democrazia”.

Gli USA si accordarono con i Nigeriani e le forze dell’ECOWAS entrarono in Liberia impedendo un completo controllo del paese da parte delle forze NPFL di Taylor, ma il danno era già fatto: 150.000 morti e il quasi completo smembramento del paese.

Si stima che l’occupazione da parte dell’ECOWAS sia costata ai paesi della costa dell’Africa occidentale circa 500 milioni di dollari verso i quali gli USA hanno contribuito solo a parole.

Ma allora, la guerra fredda era finita e la regione non aveva più lo stesso significato strategico. La politica statunitense verso l’Africa poteva da allora essere descritta come una benigna trascuratezza.

Da questo punto in poi, la situazione si deteriora ulteriormente, con almeno altre due fazioni che scendono in campo e la guerra civile si espande anche nella vicina Sierra Leone. L’esercito ribelle della Sierra Leone, la RUF, entra nella guerra in Liberia, secondo quanto viene detto, a fianco dell’NPFL di Taylor, con il governo della Sierra Leone che accusa Taylor di aiutare la RUF.

Nel Luglio 1997 vennero tenute elezioni sotto gli auspici delle Nazioni Unite, elezioni che Taylor vinse assumendo il controllo di un paese a brandelli. Non trovando alcun meccanismo efficace già in azione, sotto circostanze in cui era ipotizzabile che la situazione potesse sfuggire di mano, Taylor formò ugualmente un governo, ma non fu mai capace di consolidare il suo potere e di ricostituire un efficace stato centrale.

L’ulteriore intromissione dell’Occidente riusciva solo a complicare la situazione, portando all’incriminazione di Taylor per crimini di guerra, una situazione che rese impossibile a Taylor il governo del paese indipendentemente dalla sue capacità. Era solo questione di tempo prima che il potere di Taylor venisse sfidato.

La storia rivista

La corrente storia revisionista, spadellata dall’Occidente, è che gli “aiuti” abbiano condotto alla attuale lista di stati africani “falliti”, incoraggiato la corruzione e creato una situazione di dipendenza dall’Occidente.

Inoltre, l’Occidente afferma che poiché non esiste una “tradizione“ di democrazia nei paesi africani, essi sono preda di divisioni “tribali”.

Implicita in questa affermazione è l’idea che in ogni modo gli Africani sono persone “differenti” da quelle Occidentali.

Ma alla radice di tutto il problema è la politica occidentale di Sistemazione Strutturale che ha impoverito il continente.

E l’Occidente dimentica convenientemente che molti, se non tutti i dittatori del continente sono stati sorretti per decenni dall’Occidente, e di questo la Liberia è un esempio da manuale.

E mentre io non difendo le azioni dei Taylor e dei Tubman, è importante riconoscere che è la mancanza di economie sviluppate, capaci di formare la base per la creazione di società civili vivibili, la radice dell’attuale caos in Africa.

Le lacrime di coccodrillo sparse dall’Occidente sul capezzale di gran parte dell’Africa è di nuovo un esempio di “dare la colpa alla vittima”.

E’ giusto che i paesi Occidentali richiamino alla democrazia e alla responsabilità fiscale, ma la maggioranza dei paesi sub-sahariani si sono visti progressivamente impoverire a causa delle politiche economiche imposte su di loro dal mondo sviluppato fin dal 1970.

Incapaci di una competizione di pari grado, con un indebitamento progressivo e con l’imposizione di tagliare i fondi per la salute, l’educazione, la creazione di abitazioni e di impieghi, allo scopo di pagare i debiti: con le loro economie distorte dalla necessità di esportare all’Occidente per guadagnare dollari allo scopo di acquistare merci che non sono più in grado di produrre da loro stessi: essi vengono catturati in un circolo vizioso che inesorabilmente li porta al collasso totale.

E’ il massimo dell’ipocrisia (per non menzionare il razzismo intrinseco) quello che si legge sui media occidentali, racconti di terrore che dipingono un quadro di barbarie in Africa, come se questo fosse un prodotto della “mentalità africana”, e senza riconoscere il ruolo e la responsabilità dell’Occidente nella creazione di stati “falliti”.

Tradotto da comedonchisciotte.net

Da www.williamblowes.info

Articolo pubblicato su comedonchisciotte.net il 29 luglio 2003

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